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Lo Chef

Adriano Nocera

Chef · Locanda Nocera

«La semplicità è la cosa più complicata che ci sia.»

Adriano Nocera

Per anni la mia vita ha avuto il rumore di un'aria condizionata. Sedevo in un ufficio, ero responsabile per una multinazionale di information technology, e fuori dalla finestra Roma cucinava senza di me. Avevo cinquantadue anni quando ho capito che non potevo più rimandare. Era il 2016. Mi sono alzato dalla scrivania e non ci sono più tornato.

Non sono nato chef, l'ho voluto diventare. Ho cominciato da autodidatta, ai fornelli di casa, cucinando per gli amici la domenica. Loro mangiavano e io guardavo le loro facce: era lì, in quegli sguardi, che covava il sogno. Poi ho fatto le cose come si deve. Un corso all'Academy del Gambero Rosso, altri corsi ancora, e infine lo stage al Giuda Ballerino, quando in cucina c'era Andrea Fusco. A un'età in cui molti pensano a rallentare, io facevo lo stagista. Imparavo a tenere il coltello, a leggere una stagione, a non avere fretta col fondo di un sugo.

Poi è arrivata la Locanda. L'avevo immaginata mille volte, nascosta com'è, dentro il verde del Parco dell'Appia Antica, tra i campi da tennis e da padel, in via Viggiano. Un posto che bisogna cercare per trovarlo — e io lo sapevo che non sarebbe stato facile. Doveva aprire proprio nei giorni in cui il mondo si è fermato per la pandemia. Abbiamo riaperto l'8 luglio del 2020, e da lì sono venuti gli anni difficili: il virus, poi la guerra, i prezzi che salivano. Siamo andati avanti a testa alta, per la nostra strada.

La mia cucina è semplice, ma la semplicità è la cosa più complicata che ci sia. C'è Roma nei miei piatti, ci sono i carciofi fritti con la maionese alla mentuccia, c'è il polpo rosticciato sull'hummus, ci sono le fettuccine ai sette cereali con porcini e nocciole. Ma se devo indicarvi una cosa sola, vi dico il tagliolino all'uovo fatto in casa, con il ragù di salsiccia e asparagi: un po' di buon unto sul fondo, una punta di acidità che non guasta. L'apoteosi della semplicità. La sera arrivano anche le pinse, sfornate al momento.

Mi dicono che sono una "garanzia", i clienti, e io passo tra i tavoli a salutarli uno per uno, perché un piatto è solo metà del lavoro: l'altra metà è la faccia di chi lo assaggia. Il Gambero Rosso mi ha messo in guida, è passata pure la televisione. Ma la cosa di cui sono più fiero è un'altra: che a una certa età ho avuto il coraggio di voltarmi a guardare quella scrivania, e di andarmene davvero.

Si chiama Locanda Nocera. Difficile da trovare, dicono. Ma è proprio questo il bello delle storie di cibo: vanno cercate.

«Un piatto è solo metà del lavoro: l'altra metà è la faccia di chi lo assaggia.»
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